Outreach: un confronto tra Cina e Italia

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Un incontro organizzato da VIS e dall’Istituto Confucio di Pisa per promuovere l’Outreach tra partner cinesi a Hong Kong e Chongqing e, in Italia, l’UniPi, INO – CNR, SSUP, MuSe.

Autrice: Claudia Cristalli

7D_L1878Il 4 e 5 novembre la Scuola Normale Superiore di Pisa ha ospitato l’incontro internazionale “Science Outreach. A Chance for development. Perspectives in Italy and China”, organizzato da VIS e dall’Istituto Confucio di Pisa. Si ringraziano, per la partecipazione attiva nonché per il finanziamento dell’iniziativa, i direttori dell’Istituto Confucio Wu Xueyan e Alberto di Minin e i membri dello staff Giada Alì ed Ester Armentano. Scopo dell’incontro era promuovere una riflessione su cosa significhi fare outreach e quali mezzi occorre adottare per rendere l’attività di outreach più efficace. Diverse istituzioni d’eccellenza in Italia e Cina scelgono spesso modalità differenti per comunicare risultati scientifici a un pubblico non-specialista, e l’incontro è stato quindi un’occasione di confronto. Andrea Ferrara, direttore VIS, ha moderato la discussione nelle due giornate, da cui è emersa una forte comunanza di vedute circa il modo di intendere l’attività di outreach e esempi invece abbastanza diversi su come, di fatto, l’attività di outreach viene condotta.

1. Che cos’è l’Outreach? In generale, i partecipanti si sono trovati d’accordo nell’evidenziare le componenti culturali e l’ampio spettro di comunicazione che quest’attività prevede. Non si vuole un modello di “diffusione” o “divulgazione” del sapere da una fonte privilegiata verso un uditorio passivo; soprattutto perché, in quanto impegnato in un processo di assimilazione e di apprendimento, un uditorio interessato non è per nulla passivo. Katherine Isaacs (UniPi), coordinatrice di “Bright. La notte dei ricercatori in Toscana”, ha evidenziato nella sua presentazione tre punti che definiscono il concetto di outreach: (1) l’estensione dell’area di influenza culturale dell’università dalle aule, dagli studi e dai laboratori al tessuto sociale circostante; (2) la riaffermazione dell’unità di ricerca e insegnamento, quest’ultimo inteso anche come capacità di includere nel discorso scientifico anche un pubblico non specialista; (3) l’elaborazione non solamente di un’attività ma di un’attitudine di responsabilità e rispetto, che deve essere parte strutturale e non accessoria della strategia di sviluppo DSC_0337di ogni istituzione scientifica. Questi punti sono integrati dalla prospettiva di Michele Lanzinger, direttore del MuSe di Trento, che parla (1) di un’effettiva ricaduta sull’economia locale delle attività del museo di Storia Naturale, dell’Osservatorio astronomico, e delle ricerche dei geologi che lavorano nel MuSe o nell’Osservatorio in Tanzania, sui monti Udzungwa; (2) della necessità, parallela a quella dell’insegnante-ricercatore, dell’apprendimento continuo (lifelong learning), da cui l’esigenza di ambienti diversi dal contesto scolastico per la condivisione della conoscenza; (3) della volontà di abbandonare, anche nella terminologia, l’immagine di una direzione preferenziale del flusso della conoscenza, con la divisione tradizionale tra “specialisti” e “profani”. Si tratta invece, conformemente all’attitudine di rispetto promossa da Isaacs, di riconoscere che un pubblico adulto è formato da specialisti: specialisti in un mondo diverso da quello della ricerca. La comunicazione può quindi avvenire su più livelli, e la sfida del ricercatore che si fa narratore della propria esperienza è proprio quella di riuscire a tenere presente le diverse competenze dei suoi ascoltatori. Marcos Valdes, coordinatore VIS, ha presentato le attività di outreach che ormai da un anno e mezzo si svolgono presso la Scuola Normale Superiore di Pisa: “Siamo molto soddisfatti del successo di pubblico con cui queste attività sono state accolte. Significa che VIS – e più in generale l’outreach – risponde a un’esigenza reale dei cittadini: quella di saperne di più sul mondo della ricerca, scientifica ma non solo”. La riflessione di Valdes nasce dall’esperienza VIS e tira le somme delle proposte di Isaacs e Lanzinger. In primo luogo, (1) l’integrazione tra ricerca e comunicazione della ricerca non solo porta a superare le barriere tra le diverse professionalità, ma costituisce anche un fondamentale antidoto alla disinformazione scientifica. L’attività di outreach si sviluppa quindi sia (1.1) tramite la diffusione di informazioni che competano alla pari (per accessibilità e immediatezza dei contenuti) con la disinformazione virale spesso diffusa sul web, sia (1.2.) tramite la diffusione, per quanto possibile, di un’attitudine critica e scientifica rispetto alle informazioni che si ricevono. (2) Sul piano etico, l’outreach costituisce una chiara assunzione di responsabilità da parte degli istituti di ricerca rispetto ai cittadini, che, tramite le imposte, li finanziano; (3) inoltre, un’opinione pubblica sensibile alla ricerca di qualità è in grado di influenzare le scelte politiche, generando così un “circolo virtuoso” in cui a una maggiore informazione diffusa corrispondono maggiori finanziamenti per istituti di eccellenza, che a loro volta contribuiscono ad aumentare il livello generale di consapevolezza scientifica nella società in cui operano.

In breve, outreach può quindi essere definito come quell’attitudine di responsabilità e rispetto che spinge l’università o il centro di ricerca o il museo ad aprirsi al territorio circostante con un programma accessibile di condivisione della conoscenza, capace di mettere al centro le persone dei ricercatori e dei cittadini e di promuovere lo sviluppo culturale ed economico del territorio. Inoltre, outreach è una scelta politica di impegno per la diffusione e l’affermazione di una mentalità scientifica nella società.

2. L’aspetto di apertura dell’università e degli spazi di ricerca ai cittadini sottolineato da Isaacs è anche quello che più caratterizza l’outreach a Chongqing. Chongqing è una città metropolitana del sud-ovest asiatico, che gode, con Beijing, Shanghai e Tianjin, della dicitura di “municipalità a controllo diretto”: questo non significa che abbia uno statuto autonomo, ma che è sotto il controllo diretto del governo DSC_0347centrale. Tra le quattro municipalità, è di gran lunga quella più grande, sia per estensione (82,403 km2) sia per popolazione (29.914.000 abitanti nel 2014). Conta un Museo della Scienza e Tecnologia di ottimo livello, che è ad accesso libero per bambini e studenti liceali, e numerose altre strutture museali, come il Museo di Storia Naturale. Tuttavia, come Liu Hui, professore al Dipartimento di Fisica di Chongqing, ha sottolineato, le attività principali si concentrano in due periodi dell’anno: il terzo fine-settimana di settembre, in cui si svolge il National Science Popularization Day, e la terza settimana di maggio, che è la settimana nazionale della scienza e della tecnologia. In queste occasioni vengono aperte le porte delle università, e i visitatori, prevalentemente ragazzi, studenti liceali, bambini accompagnati dalle famiglie, esplorano le installazioni realizzate, per la maggior parte, dagli stessi studenti universitari. Si tratta quindi di una comunicazione che avviene prevalentemente “da pari a pari”, o meglio, da persone più esperte a persone meno esperte dello stesso ambito, tutte però ancora nella fase dell’apprendimento. Esistono anche lezioni aperte o conferenze non specialistiche organizzate da professori e ricercatori, ma anche queste attività sono frequentate perlopiù da ragazzi. “Gli adulti e i pensionati – racconta Lui Hui – non sono molto interessati a queste manifestazioni, e visitano i musei di scienza soltanto perché trascinati dai loro figli o nipoti, o perché pensano che questo sia utile per la loro formazione. Non vedono però nessuna utilità immediata di queste conoscenze nel loro quotidiano, e quindi non sono interessati ad acquisirle”. Quest’attitudine alla cultura, che, a detta di Han Zhong, è diffusa in tutta la Cina, sta però iniziando a cambiare in modo significativo a Hong Kong. Come Ming-Chung Chu, cosmologo, riporta, “Vent’anni fa era così anche da noi. Il pubblico era formato interamente da studenti. Quando davo una lezione aperta, meno specialistica, il pubblico erano solo studenti potenzialmente interessati ad iscriversi a Fisica. Adesso sono 50-50: la metà del nostro pubblico è composto da lavoratori o da pensionati, che vengono senza figli o nipoti. Vengono perché hanno questo interesse”.

L’obbiettivo di un’attività di outreach potrebbe essere quindi proprio quello di far nascere interesse e curiosità verso la scienza e verso le persone che la fanno. In che modo però realizzare questo obbiettivo è ancora controverso.

3. Quando si tratta di risvegliare l’interesse per la scienza, possono essere escogitati diversi espedienti. Si può far leva sull’esotismo di una nuova tecnologia, o lavorare su un piano più globale, cercando di attirare verso la scienza un pubblico che ha già interessi culturali, anche se magari di altro ambito. Ognuno dei due metodi presenta vantaggi e svantaggi.

Da una parte, come riporta Giordano Mancini del DreamsLab, futuristico centro della SNS per la visualizzazione di dati scientifici che collabora con VIS sulle iniziative di outreach, si vorrebbe coinvolgere il più possibile il pubblico in un’esperienza immersiva, che restituisca in un contesto percettivo straordinario – reso possibile da software in grado di sfruttare le potenzialità del CAVE3D e delll’Oculus Rift – alcuni risultati della ricerca contemporanea come la struttura di una molecola, la costruzione di una rete neurale, la ricostruzione dell’Agorà di Segesta o un viaggio nello spazio fino ai buchi neri. Dall’altra, non si vuole fare della scienza e della ricerca scientifica un fenomeno puramente emotivo, né si vorrebbe rischiare di spostare l’attenzione del IMG_0737pubblico dal contenuto informativo allo strumento tecnologico usato per la fruizione. Davide Dalpiaz, mediatore culturale e responsabile della digitalizzazione al MuSe, ha portato la sua esperienza di utilizzo della tecnologia per veicolare contenuti scientifici su una scala più ampia di quella in cui opera VIS. Nonostante la sua esperienza sia molto positiva, sia Dalpiaz sia Lanzinger guardano verso nuove sfide: “Volevamo dare ad ogni visitatore uno strumento digitale per permettergli di organizzare la visita nel modo più libero e autonomo possibile. Tramite questo strumento [Ipad mini] è possibile ascoltare e osservare per molte delle opere esposte uno dei nostri ricercatori che racconta una storia – la storia di quell’animale, di quello scheletro, ecc. Adesso però abbiamo tanti visitatori da soli che guardano uno schermo e non interagiscono gli uni con gli altri. Come facciamo a fare dell’esperienza del MuSe un’esperienza non più solo privata ma da condividere?”. In questo senso, l’uso della tecnologia ha bisogno del “correttivo” del gioco di ruolo; tuttavia, forse neanche questo è sufficiente. Il gioco come modalità di comunicazione presenta inoltre un problema ulteriore: non è chiaro infatti quanta parte dell’attitudine scientifica verso i problemi possa essere veicolata grazie ad esso.

4. Una proposta non alternativa ma complementare viene da Elisabetta Baldanzi (INO – CNR), ricercatrice in fotometrica, scienza della visione, illuminotecnica, psicofisica della visione, spettrofotometria. Baldanzi ha inoltre organizzato  di numerose iniziative di divulgazione scientifica nelle scuole, in televisione e con eventi che coinvolgono anche altri ambiti della cultura, come l’arte e la musica, diventando quindi una figura di spicco nel panorama dell’outreach in Italia. Recentemente le è stato assegnato – a parimerito con Marcos Valdes – il premio SIF per la Comunicazione Scientifica. Il suo approccio all’outreach ha il merito di possedere un’attrattiva forte tramite la diversificazione degli stimoli che offre al pubblico: vado all’evento sulla luce perché mi interessa un nuovo tipo di laser; vado perché m’interessa la fisiologia della percezione; vado perché espongono la Ronda di notte di Rembrandt. Inoltre, esso consente di dare visibilità anche alla dimensione storica della scienza, contribuendo allo stesso tempo a colmare il divario – necessario nell’ambito della ricerca specialistica, ma forse meno utile da mantenere in un’attività che vuole mettere in comunicazione il lavoro della scienza con il contesto sociale in cui opera – tra scienze “dure” e scienze umane.

5. Le prospettive che si aprono con questo incontro sono ricche di buoni propositi. Su proposta di Marcos Valdes, coordinatore VIS, si vorrebbe realizzare una più stretta collaborazione con Hong Kong e Chongqing, in cui la tecnologia (soprattutto come sviluppo di nuovi programmi per Oculus) potrebbe svolgere il ruolo fondamentale di minimizzare la distanza fisica tra i due Paesi, permettendo la condivisione e l’utilizzo di software sviluppati in collaborazione con ricercatori e ingegneri informatici italiani e cinesi. Il resto del programma è ancora tutto da scrivere.